Hate: La pigrizia che mi assale
Quando esco con le sigarette e dimentico l'accendino o quando ho 2 accendini ma ho finito le sigarette
I finocchi bolliti
Camminare in salita in montagna
Ballare se non sono dell'umore giusto.
Luv: Stare davanti a un palco e sentire la musica che mi inonda
Leggere fino a quando il libro non mi inghiotte e guardare film che mi straziano dentro, emozionarmi davanti a colori e forme sempre diverse, fare indigestione di telefilm.
Parlare, parlare fino allo sfinimento e sentire l'abbraccio delle persone che amo.
Sapere di avere qualcuno che c'è, in tutti i casi c'è.
Sopravvivo se ascolto
Air, Arctic Monkeys, Bloc party, Blonde Redhead, David Bowie (zio Daviduccio), Clash, Graham Coxon, The Cure, Death cab for cutie, Dirty pretty things, Dresden dolls, Foo Fighters, Franz Ferdinand, Futurheads, Garbage, Grimoon, Iggy pop, Interpol, The Kills, The Jesus and Mary chain, JJ72, Juliette and the licks, Maximo park, Morrissey, Mum, Placebo, PJ Harvey, Pulp, Radiohead, The Rakes, Ramones, Red Hot Chili Peppers (dei tempi che furono), Lou Reed, Damien Rice, Roxy music, Sex pistols, Smashing Pumpkins, Patti Smith, Smiths, Sneaker Pimps, Stereophonics, Strokes, Suede, Travis, T-rex, Yeah yeah yeahs
Se leggo
Bret Easton Ellis, Glamorama, American Psycho;
Irivine Welsh, Tolleranza zero, I segreti erotici dei grandi chef, Irvine Welsh;
Joseph 'O Connor, Cowboys and indians, I veri credenti;
Isabella Santacroce: Zoo, Luminal, Destroy;
Amélie Nothomb: Attentato;
Daniel Wallace, Big fish;
Jack Kerouac, On the road;
George Orwell, 1984;
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray;
Giorgio Faletti, Niente di vero tranne gli occhi;
Carlo Lucarelli, Almost blue;
Alessandro Baricco, City;
J.K. Rowland, Harry Potter (tutti);
Philip Dick, Un oscuro scrutare
... e se guardo
Gilmore girls, Buffy, Lost, Angel, Alias, Streghe, Occì (prima del degenero), Dawson (ebbene...), Grey's Anatomy, Desperate Housewives... And so on.
Trainspotting, Sleepers, The Snatch, La 25ma ora, American History X, Fight club, Big fish, Il giardino delle vergini suicide, Marie Antoinette, Lost in translation, Edward mani di forbice, Sweeney Todd, Hedwig, Dogville, Velvet goldmine, Moulin rouge, Le iene, Dal tramonto all'alba, L'arte del sogno, Eternal sunshine of the spotless mind.
Fuori piove e tuona. L'aria sa di terra, il cielo si chiazza di rosa, a tratti.
No, Virginia (Dresden dolls) mi tiene compagnia, ora, mentre scrivo e mi proietto già mentalmente avanti, tra dieci minuti, quando guarderò My architect per l'esame di mercoledì.
Perché ho deciso che questo è il week end degli sfasamenti temporali.
Ho vissuto il pranzo e il pomeriggio di ieri come se fossero già un ricordo, accomapgnata da quello stato di malinconia che sempre si fa avanti con i saluti regalati a qualcuno che sta per partire. Ri. Partire.
Ora sono già in un futuro, prossimo però.
La settimana a venire sarà l'ultima di lavoro. Le due settimane successive saranno ancora di studio intenso.
Poi toccherà a noi, me ed E., partire per l'Inghiltera e, dopo quattro giorni, salutare. Ri. Salutare.
Sento R. per telefono. Dopo un mese che ci siamo visti, non mi rendo conto che sia passato un mese.
Una manciata di insulti, affettuosi insulti, e poi i saluti.
Ancora.
A tratti, ma solo a tratti, faccio fatica a trattenere la mia mente dal vagare, arrovellarsi, ripiegarsi e pensare.
E sento che forse alcune cose non sono al posto giusto. Non io. Non tu. Chi.
Tutto si risistema, a poco a poco, mi dico. E sono certa che sarà così, però ora mi sento ancora nel limbo.
Sto bene, ma so di trovarmi in una nebbia fuori stagione.
Sono nel limbo di chi sta per rientrare in un periodo incerto di questa sua annata particolare.
Divertente anche, ma senza dubbio particolare.
Sentimenti che scaturiscono dal nulla, sogni che piovono dal cielo come queste gocce estive. Tanti.
La realtà che mi si scolla di dosso e due metà che (saranno pure uguali) ma non coincidono, mai.
La voglia di stare in compagnia, sempre.
Il desiderio di essere avvolta dalla musica, ogni istante; essere protagonista di una colonna sonora, la mia.
Cito una delle mie canzoni preferite dei JJ72 per inaugurare il mio primo post estivo.
Sono semplicemente sommersa, da vagonate di pagine, da vagonate di parole, e non so quando riuscirò a riemergere.
Avrei voluto scrivere, scrivere, soprattutto con appiccicate ancora addosso le emozioni fresche scaturite dall'ascolto dei Radiohead.
Soprattutto dopo aver fatto entrare dentro di me la voce di Thom Yorke e aver permesso che mi cullasse per due ore.
E sperare, intensamente e a occhi chiusi, che quel momento si potesse prolungare a oltranza, anche la sera dopo, e quella ancora successiva, e così almeno per i sette anni a venire.
Perché ho aspirato avidamente Radiohead, ma li ho attesi per sette anni.
Perciò questa volta me lo sono meritata. E sono felice di aver ardentemente atteso questo concerto per essermi meritata una serata del genere.
Sono felice che la danza del sole abbia avuto successo e anche di aver trascorso tutte le ore del pomeriggio in fibrillazione da attesa, come non capitava da tempo. Mi ha fatto sentire ragazzina e viva.
E non importa se Thom Yorke, da lontano, era solo una presenza proiettata sullo schermo.
Lui c'era. Io c'ero. Io lo sentivo.
Li rivoglio.
Nel frattempo ho dato anche, in mood piuttosto scazzo, il primo esame della scuola, diagnostica, e ho preso un 27. Contando la preparazione in quattro pomeriggi svogliati non c'è male, anzi.
Da ieri ho gli occhi incollati su delle bozze da correggere, ma sono a buon punto, anche se non sono ancora riuscita a riposarmi decentemente. Ora ho la vista fanculizzata, ma va TUTTO bene!
Ci sarà tempo per il riposo, non disperiamo, contando che il 4 luglio sarà il mio ultimo giorno di lavoro e poi chi lo sa.
Hanno bisogno di una persona full-time e, ovviamente, io non posso. Quindi da settembre mi butterò su altro e nel mentre continuerò a studiare.
Oki, sono di nuovo qua.
Nominata da Cannibal kid (thanx!!!), e cullata da In Rainbows (perché esperienza insegna che la preparazione in vista di un concerto è d'obbligo), accetto volentieri il passaggio di testimone per fare a mia volta questo gioco (gioco? Si dice? Anyway).
Rules:
indicare (motivandolo, mi raccomando) di quale personaggio letterario e di quale personaggio cinematografico vi innamorereste (non l’attore o l’attrice attenzione! ma il personaggio da questi interpretato). Quindi nominare sei blogger (possibilmente tre donne e tre uomini) e comunicarglielo.
I prescelti dovranno indicare a loro volta da chi sono stati nominati.
Premessa: visto che il mondo letterario e quello cinematografico sono le due dimensioni ideali in cui sguazzo, cado in un innamoramento facile, vedrò di fare il possibile.
Con i libri forse è un po' più semplice, giusto perché ho le idee piuttosto chiare e so che se dovesse esistere seriamente una persona così, sarebbero cazzzzi (si veda "La 25ma ora" ).
È l'unione di due protagonisti di altrettanti romanzi anglosassoni.
Il primo, in particolare, è il personaggio maschile di un libro che avevo letto ancora al liceo, Cowboys and Indians di Joseph 'O Connor.
Preoccupante ritrovare lo stesso ideale a dieci anni di distanza? Credo di no.
Quindi l'uomo di cui mi sono innamorata, sulla carta, è così.
Quindi è la bellezza scomposta di Eddie Virago, è il suo altalenante menefreghismo, è la sua durezza, la superficie ruvida che, grattata via, cela innocenza, e bontà; è il suo cinismo verso la gente.
Ed è anche la sua voglia (o non voglia) di trovarsi in situazioni improbabili.
Come qui: "Eddie arrivò fino a Covent Garden, dove si ubriacò e raccontò a una ragazza nel Rock Garden la storia della sua vita.
Era solo ottobre, e già erano accese le luminarie di Natale. Sembrava che ogni maledetto anno le mettessero prima. Prima o poi sarebbe stato Natale tutto l'anno".
E poi è Victor di Glamorama (Bret Easton Ellis).
Onestamente per la sua bellezza patinata e il fascino che butta fuori dalle pagine.
Togliamo invece l'apatia e la stronzaggine eccessiva dai.
Mi rendo conto di aver dato un ideale un po' fuorviante, visto che lo stronzo integrale non mi piace.
Mi ucciderebbe.
D'altra parte ideale rimane. And so.
Ma passiamo ai film, dannatamente più complicato.
Sarebbe sicuramente Bob Harris/Bill Murray di Lost in Translation (ovviamente verso Scarlett), protettivo senza essere asfissiante, maturo e adolescente insieme. E poi divertente, ironico.
Rimanendo in ambito coppoliano, avrebbe il fascino incredibile del conte di Fersen, esplicito ma non invadente.
E sarebbe Joel Barish di Eternal sunshine of the spotless mind, per la prontezza nel perseverare, se l'amore è davvero tale, rifiutandosi di dimenticare.
E poi sicuramente avrebbe lo scazzo (e la bellezza) scozzese di un Marc Renton non sintetico, un po' del suo impaccio col mondo, con Diane.
La sua (e la mia) capacità di guardare il mondo scorrere attorno, in attesa della svolta, che poi arriva, e che lui sa prendere.
La disponibilità non eccessiva calibrata con una stronzaggine equa, per salvarsi il culo.
Choose life.
Dal titolo del post si presume una grande profondità di argomentazioni, già.
Ho appena fumato una sigaretta e ho guardato, per l'ennesima sera di questo periodo, l'acqua scrosciare a terra, ho osservato le macchine andare troppo veloci per questa via, temendo altrettanto catastroficamente di sentire il botto.
Sta sera mi sarei volentieri guardata un film. Ma, come spesso succede, mi ritrovo al cazzeggio fino a alle 11 e poi è troppo tardi.
Ci starebbe la puntata di un bel telefilm a questo punto. Ma la serie di Lost è terminata, e così anche Desperate housewives. Grey's anatomy invece non si trova, non so che fine abbia fatto.
Sono ancora troppo satura di Buffy, vista e rivista, per aver voglia di rimettere all'opera i dvd. Non me la sento di riprendere Gilmore girls, di cui peraltro ho solo le ultime due serie, che sono niente rispetto a quelle che precedono, anche solo perché prima c'è Jess.
Non posso immaginare se tutti i telefilm dovessero finire. IO, che sono cresciuta a pane e Beverly Hills.
90210 per di più.
E a pane e Melrose place, che però è diventato presto troppo adulto e noioso.
E che costantemente mi drogo dell'Ammazzavampiri, sinora insuperato.
Quindi butto giù cose. Quello che mi viene.
Ho tralasciato, nello scorso post, la notizia del primo matrimonio della classe, sabato scorso.
Una compagna del liceo è convolata a nozze. La prima.
Non preoccupiamoci, la seconda ha già tagliato il traguardo ieri.
Vi dico che sono andata a consultare delle tesi al Politecnico in Bovisa, e che sono stata accompagnata da due ragazzi in cambio di una sigaretta. Basta poco.
Che mi sono ritrovata in un edificio tale PK di cui tutti ignoravano l'esistenza, ma era impossibile farlo, con la sua possenza e il suo colore rosso e blu genoano.
Che ho litigato con un armadietto ipertecnologico, di quelli che, inserito il codice, ti si aprono da soli. E, una volta chiuso, l'ho riaperto perché avevo dimenticato la carta d'identità nella borsa. Maledetto 84.
Vi posso raccontare che tra una settimana avrò il mio primo esame, e non ho ancora aperto un libro.
Che mercoledì prossimo vedrò i Radiohead, ma gli impegni sono così tanti che non mi pare vero. E quando invece mi pare faccio la danza del sole.
Che quando gioca l'Italia non si può chiamare nessuno, è interdetto.
Che ieri sera sono stata a Saronno all'inaugurazione di una mostra e, in macchina, ho costeggiato strade così piene di grandine che sembrava avesse appena nevicato, con tanto di nebbia.
Vi narro anche che se avessi avuto un telefilm da guardare, questa sera non vi avrei riempito, forse, di queste cazzate.
Altre due settimane senza scrivere, qui, su carta continuo a imbrattare fogli di un'agenda che non sento ancora mia.
Ho girovagato qua e là e la settimana dopo il ritorno è stata infinita e piena, le uniche due parole adatte.
Ho rivisto la pittrice e sono stata invitata alla consueta cena-buffet prima della partenza estiva, mi sono cibata d'insalata di sedano, cetrioli, gamberi, avocado. E basta.
Mi ci è voluto del tempo, à la Pretty woman, per dissimulare e capire quale delle mille forchette sulla tavola fosse quella giusta. Poi ho osservato e ho seguito l'esempio, ma continuare così mi risultava improponibile e stancante.
Ho conosciuto una persona reputata interessante, con cui mi sono fermata a chiacchierare davanti a Brera per mezz'ora.
Fino allo scorso venerdì credevo fosse fosse tale, ma andiamo con ordine.
Finalmente mi sono smossa dalla pigrizia e ho visitato il museo all'ex Paolo Pini, affrontando (tanto per cambiare) una spesa imprevista di 35 euro in libri. Non ho nemmeno mantenuto la promessa che, dopo Berlino, non avrei messo piede in qualcosa che fosse museo e mostra di lì ad almeno un mese.
Promesse smentita ulteriormente dal week end alluvionale piemontese.
Sabato a Ivrea (con il rischio, fino all'ultimo, dell'esondazione della Dora, affrontata impavidamente), a una conferenza organizzata dal mio relatore di tesi; presenti una quarantina di artisti (di cui uno bellissimo) e tre esterni, io, una ragazza che avevo conosciuto nel periodo di tesi, e il suo ragazzo.
Pranzo in un ristorante, offerto dal comune, credo (polenta e cibarie piemontesi che non disdegno mai) e nel pomeriggio continuazione della conferenza. I fumi dell'alcol ci hanno reso tutti un po' sonnolenti, nella fase iniziale. Il vino non ha però impedito agli artisti di continuare a scannarsi, tanto che il tutto si è concluso forzatamente alle 18, perché mezz'ora dopo ci sarebbe stata l'inaugurazione della mostra al museo.
Che novità, quando siamo usciti per andare al museo ha iniziato non a piovere, ma a diluviare, quindi dalle ballerine sono passata a un paio di più comode e consistenti scarpe da ginnastica.
Bella mostra, condita dall'ennesimo buffet, ma, come a ogni inaugurazione che si rispetti, troppo affollata.
Alle 20 è passato a prendermi un mio amico e siamo andati insieme ad Asti. Ho cenato in pizzeria con soli uomini, ci siamo riaggiornati, scambiati cazzate reciproche, e ho ascoltato commenti rivolti al genere femminile intorno a me.
Mi hanno tenuta in piedi come un burattino fino alle 4 tra cambi di locali, saluti, baci e abbracci tra nuove conoscenze e vecchi ritrovi e poi sono crollata sul divano di casa di D. e R. alle 4.30.
Il trasferimento al letto è avvenuto in maniera quasi inconsapevole, ma prima delle 10 sono stata tirata giù dalla branda dalle urla della vicina contro il marito. Intollerabile, e mi hanno detto che è così ogni mattina.
Ancora una manciata di ore e poi ritorno a casa, maliconico come ogni volta, non mi stancherò mai di ripetere.
Finalmente io ed E. abbiamo comprato i biglietti per Londra, quattro giorni da un'amica a fine luglio, quando ormai gli esami saranno solo un (spero bel) ricordo e quando non so se avrò ancora un lavoro oppure no.
Ho incontrato la persona che credevo interessante. In realtà l'uscita di venerdì si è rivelata un fiasco, a partire dai primi istanti, da quando l'ho rivisto e, non so perché, ma me lo immaginavo più bello, per arrivare a sentirmi dire che lui, no non prende i mezzi pubblici, e che per spostarci di poco avremmo dovuto prendere la macchina.
Quindi aperitivo fatto in zona, trascorso tranquillo, non esaltante ma tranquillo, condito da saluti normali.
Poi sono salita sul pullman e avevo lo scazzo.
Trovandomi in uno stato confusionale non capivo se fosse dettato dalla paura, dall'insoddisfazione o dalla stanchezza di una giornata passata a studiare.
Ci ho dormito su e, no, era proprio noia. Insomma, credo un fiasco per entrambi, non ci siamo più sentiti.
Zero a zero.
Che ridere.
Però sono felice. Perché finalmente sono libera e non dormo più con i fantasmi.
Eccomi di ritorno, dopo una settimana che mi è parsa una vita. Splendida aggiungo.
Mi amo quando mi rendo conto di aver acquisito appieno la capacità di sentirmi a casa dopo poche ore che mi trovo in un luogo diverso. Diverso e basta.
E così anche la tanto agognata sosta a Berlino è scappata, seppur vissuta intensamente.
Non credo di aver mai trascorso giorni così stancanti, d'altra parte anche molto divertenti.
Ho fatto un breve calcolo poco fa e mi sono resa conto che nell'arco di cinque giorni sono stata in ben diciassette sedi di musei e mostre.
Jüdisches Museum
Altes Museum
Alte Nationalgalerie
Neues Museum (nel cantiere di restauro del museo, ancora chiuso al pubblico)
Neue Nationalgalerie + Biennale
Gemäldegalerie + mostra di Grünewald + mostra nel gabinetto delle stampe e dei disegni
Pergamon + mostra "musei del XXI secolo"
Hamburger Bahnhof + mostra di Tillmans
Charlottenburg
Berggruen collection
Käthe Kollwitz museum
Reichstag (che ok non è un museo ma ci vuole almeno mezz'ora per entrare)
E non tralasciamo anche le varie passeggiate architettoniche con sosta nei punti più importanti.
In definitiva è stato esattamente ciò che si dice un vero e proprio viaggio culturale (ho avuto solo mezz'ora in cui mi sono dedicata ad altro, andando nel più grande magazzino d'Europa, il KaDeWe di Kurfürstendamm), in cui - e non l'avrei mai creduto possibile - ho sofferto momenti di saturazione visiva.
In realtà è stato uno dei viaggi che mi ha dato di più.
Sia perché è stata un'occasione per approfondire o far nascere nuovi legami con persone che hanno tanto da dare e altrettanta voglia di ascoltare, sia per i colloqui avuti con curatori e architetti delle collezioni, che ci hanno spiegato il sistema museale berlinese e, un po' più alla larga, tedesco.
Ovviamente il divertimento non è stato solo condividere l'amore per l'arte, ma anche parlare d'altro o sparare cazzate nei momenti più deliranti di stanchezza, con una giornata intera a camminare sulle spalle e un litro di birra in corpo... sicuramente più economica e buona dell'acqua.
Come immaginavo rivedere la città in altro contesto (e, attenzione, senza pioggia!), in un'età un pochino più matura, con una compagnia differente è un'esperienza nuova. Ogni volta è come entrarci per la prima, e contemporaneamente è sentire che non si è mai stati lontani.
Potrei spendere righe e righe inascoltate, cianciando di tutto quello che ora fa parte del mio bagaglio emozionale, la verità è però che perderebbe un po' della sacralità acquisita con l'esperienza diretta, perciò faccio parlare le immagini.
Cortile dello Jüdisches museum, Libeskind
Kurfürstendamm by night
Pariser platz
Keith Haring, I pugili
Panorama dalla cupola del Reichstag
Un abbraccio fortissimo a tutti quelli che hanno condiviso con me la settimana appena trottata via. Esattamente come la prof. ci incitava al trotto quando eravamo in ritardo.
No, non sono ancora pronta. Tra quattro ore esco, poi me ne rientro dopo cena, ho ancora un sacco di cose da fare, ma temporeggio.
Come immaginavo questa settimana prima della partenza è stata tragica, perché all'atto pratico non sono riuscita a combinare molto, ma mi sono letteralmente trascinata per le vie di Milano quasi senza meta per recuperare libri, fissare/disdire appuntamenti, comprare qualche vestito (che comunque non porterò con me in viaggio perché temo che le temperature non saranno adatte).
E così tutti i ritorni in pullman sono stati soporiferi come quello descritto nello scorso post. Tutti. Spesso anche umidi causa pioggia incessante.
Domani a quest'ora sarò al museo ebraico.
Sono curiosa di vedere che effetto mi farà entrarci per la seconda volta. La prima è stata estremamente toccante.
È un'esperienza ambientale che si ripercuote a livello emotivo, e onestamente non si dà molto peso all'allestimento interno, quello che conta è il percorso. Sofferente e sofferto.
Ho letto poi che hanno ultimato la copertura del cortile (sempre a opera di Libeskind), voglio vedere il risultato.
E poi Kreuzberg, il quartiere turco in cui si trova il museo, è splendido, è una città nella città, colorata, piena di negozi in cui lasceresti (o meglio: lascerei) fior di euri in vestiti e vinili.
Ogni volta che penso a Berlino penso a tutte le emozioni che mi travolgono: Berlino è stata il nazismo, la crudeltà (inferta), è stata il muro, la crudeltà (subìta), è stata Bowie nel periodo alcolico, quando non sapeva nuotare (I, I wish I could swim) e quando in auto rischiava costantemente lo schianto (Always crashing in the same car). È stata tutte le famiglie divise, materialmente e sentimentalmente.
È stata insieme vittima (tante vittime) e carnefice.
E ora è il futuro.
Che non sotterra il passato, lo fa trapelare, ed è giusto che sia così. La sofferenza non si dimentica, si pone a esempio (sbagliato) e monito per le azioni prossime.
Insieme riesce a spaventare e rallegrare, a schiacciare ed elevare.
Quando si è in cima al Reichstag, quando in pochi anni Potsdamerplatz ha assunto una fisionomia propria, quando vedi che il modo di reagire, di vivere e sentire è quello giusto, che avresti fatto anche tu.
Anche io.
Allora alle 6.30 sarò a Malpensa, ancora poco cosciente di rivedere uno dei luoghi in cui ci ho lasciato una parte di me. La recupererò momentaneamente, poi è corretto che quella parte rimanga dov'è ora.
Poi è finalmente giunto il momento Ellis.
Comprato Lunar park, già iniziato (a metà a dirla tutta) e, se non lo finirò prima, lo porterò con me domani. Sono risucchiata entro un vortice ipnotico che pochi scrittori riescono a provocare in me. Lui è nella lista.
E ieri sera ho visto Le regole dell'attrazione, tratto dal suo omonimo romanzo.
Ho riso un sacco per l'adunata da telefilm che si ritrova tra gli attori protagonisti, guardate qui.
Direttamente da Settimo cielo (ok, ok, non ha fatto solo quello, ma la lego inevitabilmente a una delle serie televisive più trash degli ultimi anni) una Mary/Jessica Biel in versione vacca.
Un Dawson/James van Der Beek con più carattere. Tanto l'ho odiato in Dawson's creek per la sua lagnaggine, quanto l'ho apprezzato qui per la capacità di gestire un personaggio non facile.
Un bellissimo Ian Somerhalder/Boone di Lost, un po' troppo checca rispetto alla sua caratterizzazione su carta.
E poi dissento totalmente dalla scelta di Victor (che leggo aver partecipato a qualche puntata di Settimo cielo, ommioddio).
Premetto che Victor è il mio uomo ideale su stampa, quando diventa protagonista di Glamorama è figo e stronzo quanto basta.
Sta faccia da bravo ragazzo, insipida, non mi trasmette nulla.
A parte ste cazzate mi aspettavo un film un po' meno... semplice.
I legami che uniscono i vari personaggi sono ridotti all'osso, forse un po' all'eccesso, un "triangolo" non ricambiato di persone che si rincorrono.
E la storia non ha tutta la carica che possiede invece lo stile di Ellis, una carica all'inverso però, nichilista, che annienta i personaggi, non li rende solo un po' più stupidi e "monocarattere" (carattere che, peraltro, non viene analizzato molto in profondità).
Inutile dire che mi sarei aspettata un film più trasgressivo, e non per qualcosa, ma perché a tratti mi è parso solo una versione appena più cattiva di American Pie e niente più.
L'ho guardato anche volentieri, non come Molto incinta che credevo esilarante e ho trovato invece noiosissimo, però come si guarda una commedia americana da serata estiva di Italia 1.
Ok, ora scappo davvero, abbraccio tutti. Ci si risente fra una settimana
Esattamente.
Nothomb sta sera, al ritorno da Milano, mentre era sul pullman affollato delle 18.45, si è rovinosamente addormentata nel caldo incipiente e asfissiante del bus, con borse e borsette vicine a lei, ma sull'altro sedile.
Dormiva tranquilla fino a quando, prima da lontano, poi sempre più vicino, sente ripetere le parole.
Signora, signora, signora
Apre gli occhi e, sì, si stavano rivolgendo a lei.
(Signora a chi??) Era una signora (lei sì, lo era davvero) megera che ha deciso di toglierle il sonno in questo modo molto carino. Ma una delle cose che Nothomb odia di più è essere svegliata dalle urla.
Toglie la borsa e si riaddormenta, fino all'uscita dell'autostrada. Si prepara, si carica di tutte le borse, trasferite ora sulle sue gambe, e questo evidenzia chiaramente che sta per prepararsi a scendere alla prossima fermata.
Chiede scusa alla megera.
Scende alla prossima vero?
... ?? No, a questa.
Si alza e la fa passare, non senza condire questi movimenti con le parole urlanti: "Signora, signora, guardi che non si può...".
Nothomb non le dà retta.
Le parole le si troncano in gola.
Nothomb scende.
Finalmente la megera ha due posti per sé.
Non vorrei rovinare questa canzone abbassandola a titolo del mio post, penso però che ci abbia già pensato l'Enel a massacrarla, propinandocela ogni tre per due.
Vero??
La domenica mattina è difficile trovare le parole, soprattutto se si portano sulle spalle sei ore di sonno andato a male. E uno stomaco (che però non porto sulle spalle) che risente dell'abbuffata di cibo e vino di ieri sera, per fortuna la testa no, anche se quella la porto sulle spalle.
Mi sono addormentata e svegliata leggendo Nothomb, ormai è chiaro dunque che ogni settimana io mi dedichi all'acquisto di un suo libro, e questa settimana nello specifico è toccata a Le Catilinarie.
So già che tutti la starete odiando, giusto perché ormai ne parlo puntualmente, quindi non aggiungerò altro.
Ieri sono andata a Milano, di mattina, a recuperare un libro alla Braidense.
Ho dovuto rifare la tessera, che avevo smarrito in chissà quale antro di camera mia, che peraltro è piccola. Probabilmente l'avrò cacciata nella scatola dei ricordi, pensando che non l'avrei più usata.
Tanto meglio, la foto era ancora quella che avevo fatto alle sei di mattina in una macchinetta di Orio al Serio prima di partire per Londra, ormai quattro anni fa. Wanted dead or alive style.
Mi affascina sempre tantissimo Brera, soprattutto se non è infestata dagli studenti in perenne stato di apatia fattiva; il cortile con la statua di Canova ti fa sentire sempre piccolo piccolo, e tu sei lì, nel mezzo, mentre l'architettura e la scultura incombono su di te. Mi sento sempre troppo poco quando ci entro, una ventata di grandiosità e soggezione mi atterra, solo per un attimo.
Poi mi dirigo verso il corridoio su cui si affacciano le aule dell'Accademia e mi accorgo che all'ingresso è comparso il cartello "vietato introdurre cani". Ovviamente è rivolto all'attenzione degli studenti, non ai turisti.
Salgo le scale, mi trovo a lottare con le procedure dell'armadietto; avevo dimenticato le complicate modalità che impediscono a una persona mediamente pigra di andare alla Braidense. Io sono molto più che mediamente pigra, d'altra parte il libro che mi serviva era solo lì.
Quindi, superata la lotta dell'armadietto, si va incontro alla burocrazia della compilazione del biglietto d'ingresso, e poi ancora a quella del rifacimento della tessera.
Finalmente prenoto i miei due libri e attendo mezz'ora seduta al tavolo e, come faccio sempre, osservo la vita attorno a me. Le persone solo le più disparate, e continuano a muoversi, anche solo per macinare il corridoio avanti e indietro, e ancora così.
Poi guardo Dante, Petrarca e tutti gli altri busti in mandorla che, affrescati mi osservano di rimando dal soffitto.
Finalmente mi chiamano.
Il pranzo è stato un affastellarsi di parole con un amico che, seppur vicino, non vedevo da fine novembre. Ovviamente sappiamo entrambi che, d'obbligo, si va a pranzo al nostro cinese di sempre, dietro al Piccolo, in una traversa di via Dante.
È un rito che accompagna buona parte dei nostri ritrovi, e ormai sappiamo (anche se non ce lo dovessimo dire) che si va lì e basta. Una volta siamo andati all'indiano (che io peraltro adoro), ma non è stata la stessa cosa.
È con lui che ho condiviso i deliri musicali degli anni passati; ci siamo conosciuti sul forum dei Placebo e non avrei mai pensato che un'amicizia nata da un contatto virtuale potesse diventare un legame che conta.
Dopo due mesi che ci conoscevamo siamo partiti per Londra, meta Placebo, of course. Per vari motivi iniziali avevamo deciso di partire da Treviso con la Ryan, poi però ci siamo dovuti prenotare una camera per la notte prima, perché la terza persona, che ci doveva ospitare, non sarebbe più partita con noi.
Dopo aver assistito alla presentazione di Revolver della Santacroce a Milano, siamo volati a prendere il treno per Treviso.
L'arrivo, alle 22 credo, ci ha visti vittima di un (quello che non avevo manco avuto il tempo di capire che cosa, chi fosse) tassista abusivo, che ci aveva già caricato le valigie sulla sua macchina una volta varcata la soglia dell'ingresso della stazione.
Una Punto grigia. E di solito le macchine non me le ricordo mai.
La macchina puzzava. Di sudore, terribile. Ed era febbraio e faceva freddo.
L'uomo che la guidava aveva l'aria sudicia, un po' da maniaco, e a peggiorare l'atmosfera c'era la radio.
Che stava trasmettendo mica una canzone a caso, bensì La mia canzone, Heroes di Bowie, che lui fischiettava in modo inquietante.
In più vagava a caso, volutamente, per non trovare la strada della nostra destinazione.
Non ci ho visto più. Gli ho urlato che non gli avrei lasciato 50 euro solo perché si divertiva a non trovare la strada.
Silenzio.
Dopo poco siamo arrivati, il prezzo è stato ragionevole.
È uno degli episodi che anche adesso ci fa più ridere, è come al solito l'attesa quella che si ricorda di più, nonostante tutta la settimana successiva sia stata splendida.
Nonostante l'imbarazzo iniziale, è stato quell'episodio a unirci.
Bisous
Musica: Death cab for cutie, Narrow stairs. Al momento un po' moscio, da risentire.
Telefilm: arretrati di Lost, Grey's anatomy e Desperate Housewives.
Libri: oltre a me, Peressutt, Il museo moderno.
Non sembrava, no. Eppure ci sono ancora.
C'è che ho iniziato ad angosciarmi per l'imminente ondata di esami. In realtà non me ne capacito del tutto, che tra me e la prima data ci sia meno di un mese mi pare quasi uno scherzo.
L'angoscia m'impedisce un po' di scrivere, ma è solo una barriera pre-. Una volta ripresa dimestichezza, e presa coscienza, con la mia cervellotica paranoia, tutto passa, e ora mi trovo di fronte allo schermo con mille cose da sviscerare.
Quindi ho iniziato a ravanare tra le dispense della mia libreria per recuperare fotocopie raccolte durante i corsi e impilate: avevo quasi rimosso tutto lo scibile che dovrà essere mio.
Quindi ho iniziato a ruminare libri a casaccio, ora cinema, ora museologia, al resto ci pensiamo poi, manca la dispensa, il museo non risponde, la prof. mi deve scrivere la lettera di presentazione.
Così lo scorso week end ho letto. Mi sono fatta tre libri in quattro giorni.
Ed è strano il circolo vizioso in cui si casca, perché più si ha da studiare, più il tempo libero viene integrato con altri libri di svago. Ho affiancato accoppiate impensabili: L'etica dei musei (per qualche passo mi sono anche commossa, e questo la dice lunga sul mio stato mentale, ma tant'è) a Attentato della ormai mia Nothomb.
Comprato in stazione e letto nel giro delle pause di un pomeriggio, mi ha affascinata tantissimo.
Una storia piuttosto canonica, da La Bella e la bestia.
Banale penseranno tutti. Un po' banale ho pensato io.
In realtà è una "favola" metaforica sul bello e sul brutto con tantissimi spunti letterari e filosofici, che attrae e ripugna insieme.
Banale penseranno tutti. Da leggere dico io (mi si dovrebbe pagare dite per questa pubblicità gratuita?).
Ora invece mi sono buttata su Arte come mestiere di Bruno Munari. Era geniale quell'uomo.
Lo scorso week end però ho fatto anche una capatina serale a Varese. Il perché le strade fossero deserte e fossero tutti radunati in un unico punto mica l'ho capito.
Il perché, da anni, quando si decide di andare a Varese si finisce sempre al Conrad... beh, nemmeno questo l'ho capito.
12 giorni mi dividono da Berlino.
Dire che non vedo l'ora di ritornarci è poco. Oggi ho ripreso dalla mia scatola dei ricordi (ci starebbe meglio scatola della rumenta, visto che ormai straripa di oggetti di quasi qualsiasi provenienza) la mappa della metro e ho iniziato a proiettarmi già là. Non in metro, che non mi piace. Prima di ogni fermata suona quella campana da morto che è inquietante.
L'ultima volta l'ho girata tutta in tram. Il tram è più arioso e poi, per chi non ha senso dell'orientamento come me, dà la possibilità di avere dei vaghi punti di riferimento visivi.
Che poi io ci debba passare duecento volte per riconoscerli è un'altra storia.
Quello che mi aspetta sarà un tour de force per musei, ma smanio sin da ora.
Da quando sono piccola ho quest'euforia da pre-vacanza (tendo a vivere troppo i pre- forse??) che è qualcosa di spaventoso. Ogni anno, la notte prima di partire per la montagna non riuscivo mai a dormire e alle 5 tiravo giù i miei dal letto per partire immediatamente.
Ora non è più così fortunatamente (dico fortunatamente per i compagni di viaggio), però sono sempre sognante.
Ogni volta che si parte si ha la voglia di andare incontro a un'esperienza nuova, si ha voglia che gli occhi assorbano e registrino quanto più possibile, che le orecchie percepiscano ogni minimo rumore e che il cuore sappia restituire, nel mentre e col senno di poi, sensazioni irripetibili.
Questo per me è il viaggio.
Se mai vi venisse in mente per non so quale motivo di guardare Tideland - Il mondo capovolto di Teddy Gilliam, ecco, non fatelo.
Ispirata dalla copertina (che in sostanza è la cosa più bella dell'universo gravitante attorno al film) ho preso il dvd ieri. Ho appena finito di guardarlo, dire che sono in uno stato tra il nauseato e l'irritato è poco.
Peccato, perché la storia e qualche spunto avrebbero potuto essere sviluppati in modo splendido. Invece no.
L'ossessione per Midnight boom dei The Kills (e soprattutto per Cheap and cheerful) è innegabile.
Le feste si succedono a nastro.
La mia di compleanno.
Ho riavuto persone lontane, che vorrei qui, ora, sempre, anche se probabilmente scandirei il mio tempo fra "Shhhh" e urla, con cui le ore serali al telefono si sprecano.
Anche questa volta mi hanno stupito con un regalo che già adoro. Mi hanno costruito un'opera d'arte "à la Spoerri": superficie rosa con attaccata qualsiasi cazzata, dagli adesivi dei Teletubbies che si menano a un caco finto, dalla ciotola del cane a una pistola di plastica.
Senza contare la scheda tecnica con commento critico sul tutto e sul niente.
Applausi all'inventiva ragazzi.
La non mia, di laurea.
Finalmente è rispuntato il sole, caldo. Tempo ingannevole. Che ne so che le calze a rete (ci tengo a precisare: a rete fine) e la gonna estiva vanno bene alle 20, ma poi se si alza il vento fa davvero freddo, e sei a Milano e non puoi fare altro che rassegnarti e startene così fino all'1?
Non ci azzecco mai, o troppo pesante o troppo leggero.
Pugno allo stomaco nel vederci tutti vestiti carini: guardiamoci da fuori, stiamo invecchiando.
Io, che di anni ne ho 27 ma ne dimostro 18 per quelli che non mi conoscono, toh, 20, ieri sera mi sono fatta altra da me e ho avvertito una sensazione strana.
Seduta sul sedile posteriore in pelle dell'auto (perché davanti è pieno di qualsiasi cosa per la festa) di A., alla guida, guardavo la solita A8 direzione Milano all'ora del tramonto con occhi diversi.
Le macchine e il triste paesaggio (sub)urbano correvano via, come noi. Come me. Anch'io sto correndo.
Linguaccia alla macchina degli altri.
Forse non corriamo così forte.
L'imminente ponte del primo maggio.
Già. Sarò l'unica a non fare ponte?!
27 anni e un giorno. E anche questa è andata.
Che ho fatto durante i giorni d'assenza.
Sono precipitata come una soluzione chimica nelle pagine illustrate da Tim Burton (The melancholy death of oyster boy, un regalo che chi passa di qua sa quanto io possa aver apprezzato), ho chiacchierato a profusione Via telefono, di persona, via messenger.
E certo, tra le chiacchiere ho avuto anche il tempo di angosciarmi, ma per fortuna tutto è passato.
Ho riabbracciato D., il mio migliore amico, e ho pranzato con lui e la sua dolce metà.
Avevo un sacco da studiare ma ho pensato bene di fare altro. Ho persino avuto il tempo di riaprire, dopo l'esame fatto nel 2001, il dizionario di latino e mettermi con un amico a tradurre Seneca. Per diletto.
Dieci righe di versione riuscita. Questo lo diciamo noi però.
Ho dormito sei ore, anche il sabato notte. Missione palestra alle 10 di domenica mattina.
E nel pomeriggio sono inultilmente andata a votare. Almeno ho passeggiato nel mio paese in cui mi sento un'aliena, e sono passata al bar a comprare le sigarette.
Tante facce mai viste. Tutte, praticamente.
Perché qua nel mio villaggio dalla piazza orrendamente in decadenza ho vissuto a tutti gli effetti solo i tre anni delle medie. Brutti peraltro. Forse è anche questo che mi ha fatto tornare sui miei passi.
Domenica sera ho dato il via alla settimana dei festeggiamenti, che si concluderà, essendo una settimana costituita da sette giorni, sabato notte, che sarà già domenica.
E ora?
Ora leggo me stessa.
Ieri, nella mia classica spola casa-biblioteca ho notato il mio ultimo libro, Né di Eva, né di Adamo.
Ho iniziato a percorrerne le pagine e l'ho amato subito. Io non ho mai avuto un amore innato per il Giappone. Poi c'è stato Lost in Translation, ora c'è lui.
L'atmosfera che trapela è sempre la stessa, di una calma e di un equilibrio perfetti. Di sentimenti espressi per atteggiamenti e non a parole. Di una società così intrisa di cultura atavica da suscitare rispetto al solo pensiero.
Riporto, perché mi sono innamorata del libro già solo leggendone la quarta di copertina, una piccola parte.
"Ci si innamora di persone che non si sopportano, di persone che rappresentano un pericolo insostenibile. Schopenauer vede nell'amore un trucco dell'istinto di procreazione: non riesco a spiegare l'orrore che mi ispira questa teoria. Nell'amore, io vedo un trucco del mio istinto per non assassinare l'altro: quando sento il bisogno di uccidere una persona, un meccanismo misterioso - un riflesso immunitario? una fantasia di innocenza? la paura di finire in galera? - fa sì che io mi cristallizzi intorno a quella persona.
Ed è per questo che a quanto ne so non ho ancora omicidi al mio attivo".
Promesso. Scrivo qui e poi vado a studiare.
No, prima una sigaretta (e forse prima ancora il caffè) e poi a studiare.
Siamo in un freddo pomeriggio di aprile e fra una settimana esatta faccio ventisette.
Anni. Ommioddio!
Il tempo suggerisce solo riflessione. Aldilà delle paranoie, solo riflessione.
Stavo pensando alle persone conosciute.
Nella mia vita, non ai uipss.
A quelle incrociate, qualche volta. Per esempio. Ai concerti c'era Scoscy. Perché, estate e inverno, stava sempre in minigonna e autoreggenti. A volte accompagnata dalla mamma, a volte dall'amico reggispecchio mentre mi metto le lenti e mi trucco. Tu intanto stai fermo.
Oppure nei sabati sera adolescenziali c'era il Cappellaio matto, perché girava sempre con un cilindro in testa. Tutti i sacrosanti sabati sera.
Sei anni fa l'abbiamo rivisto a Barcellona mentre chiedeva i soldi per strada. Ci siamo messi a parlare. Era proprio lui, quella era una sua scelta.
A quelle solo guardate e inavvicinabili.
Perché io, se non sono più che a mio agio, non mi avvicino. In particolare dopo che (uno di questi sabati sera liceali) mi ero proposta di offrire da bere a un ragazzo che mi piaceva. Aveva rifiutato.
Quindi non mi avvicino e non lo farò mai. Semmai mi allontano, perché tendo a ragionare a ritroso.
Sono sempre dell'idea (sbagliata) che se debba succedere qualcosa, in ogni caso succederà.
Fatalista e paracula, non lo metto in dubbio.
A quelle piante perché non ci sono più, in senso reale e figurato.
E quelle per cui si piange, anche con la consapevolezza dentro e con il tempo che placa, perché appiattisce tutto, rimangono sempre, in un modo o nell'altro.
E di conseguenza a quelle amate, disprezzate, o volute.
E non sempre grossi grandi sentimenti provocano conseguenze attendibili.
C. nel corso degli anni mi ha deluso. Eppure ogni tanto ci si vede; non per ipocrisia, ma perché si capita negli stessi posti e si frequentano le stesse persone.
Volevo R. l'estate in cui It takes a fool to remain sane era perennemente nel mio lettore cd.
Mi ha illusa e prepotentemente disillusa. Solo tre anni dopo ho iniziato ad annullare la negatività del ricordo e sono riuscita a vederlo sotto un'altra luce. Ora gli voglio bene.
A quelle incontrate al buio. E di solito va sempre una monnezza, che sia combinato da altri o no.
A quelle che amo, pur avendole perse di vista.
V. e io ci siamo conosciute a un concerto. E dopo vacanze e soste per altri concerti condivise, sentite spessissimo fino a un anno fa, il silenzio.
Non so spiegare bene il corso degli eventi, le telefonate si diradano, si è lontane e ci si vede meno, quasi mai.
E poi si sparisce. Da entrambe le parti.
A volte si ritorna anche, ma sembra sempre che qualcosa s'incrini, che manchi sempre il famoso pezzo giusto del puzzle.
E infine a quelle che sono con me, sempre. Famiglia e amici.
In un periodo in cui lotto con me stessa per essere forte e al meglio ma, mio malgrado, mi sento sempre messa alla prova, non è semplice. Divento nervosa, ipercritica e sento tutto, o quasi, distante.
Sarà che in realtà in parte sono io a essere lontana e distante.
È stato un periodo strano, di perdita e rinnovo degli equilibri, e sono cambiata io, parallelamente alle mie abitudini. Non è facile, almeno non in ogni momento.
Inizio solo ora a riprendere possesso di me stessa, e nel delirio più assurdo comincio adesso a trovare un minimo di stabilità.
Mi sento ancora all'Equatore, equidistante.
Ma in equilibrio fra i due Poli.
Come questa splendida canzone conclude Lost in Translation, così sono riuscita a concludere la mia relazione su questo film.
Bella o brutta che risulti, è finita, e questa è la cosa che mi premeva di più. La correzione finale è rimandata tra qualche giorno, giusto per assumere il giusto distacco verso ciò che ho buttato giù.
Ho appena terminato l'ennesima correzione di bozze sulle forme di resistenza che un lavoratore insoddisfatto dovrebbe mettere in pratica. Mi sono fatta due ghignate e la lettura è andata via veloce. Mi chiedo se dopo questo libro l'autore avrà ancora il posto di lavoro o si darà alla macchia.
Ieri sono andata al MiArt. Giusto per ribadire che la mia vita sta ripetendo esattamente quella tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006, l'unica altra volta in cui c'ero stata era due anni fa.
Quest'edizione è migliorata, decisamente.
Sia perché hanno sparso per Milano opere correlate all'evento (purtroppo le uniche che ho avuto modo di vedere sono state due, in Galleria e a Cadorna), sia perché le dimensioni erano maggiori.
È anche vero che le dimensioni non sono tutto (non volevo creare doppi sensi, ma tant'è), però anche le opere in mostra, ops, in vetrina, tutto sommato mi sono piaciute molto.
Sono passata davanti a Warhol, Sironi, De Chirico, Savinio, Burri... vari.
Ho ammirato da vicino l'opera più costosa (2.000.000 di euro prego), andata anche al tiggì, i due Butterflies paintings di Damien Hirst: due cornici romboidali dove il tripudio visivo è dato da queste multicolori ali (vere) di farfalle.
Un po' macabro forse, però anche illusorio, dato che da lontano le ali sembrano macchie e da vicino rievocano quasi dei merletti, però anche interessante, perché lo vedo come un moderno memento mori, un'ammonizione sulla precarietà e bellezza della vita.
Sono impazzita per le opere di arte cinetica e programmata, che è una bestemmia vedere in fotografia, perché azionano nell'occhio dei magnifici trompe l'oeil o vivono di movimenti azionati da motori e magneti situati sul retro del supporto, che sono tutti da apprezzare dal vivo.
E mi sono immaginata di comprarmi ciò che mi piaceva. Anni settanta.
Ovviamente solo immaginata.
Ho assistito a una conferenza stampa per la presentazione di una mostra curata dal nostro prof. di contemporanea e ho anche incrociato Antonio Albanese (prima riconosciuto dalla voce a dirla tutta).
Alle 20.47 sono salita sul treno per Domodossola e, dopo un quarto d'ora, sono arrivata in stazione.
Night at home, sfogliando il catalogo della Biennale di Venezia del 1978 comprato a prezzo stracciato.
Buona serata a tutti, vi lascio con i Jesus and Mary Chain
"Walking back to you, is the hardest thing that I can do"
- Just like honey, Jesus and Mary chain -
Già, la tirata fisica di questo week end mi ha spossato, quasi un week end a prova di morte (tendo SEMPRE a esagerare): sono fluttuante in uno stato di confusione mentale e di dolori muscolari.
E pure Pasqua ce la siamo levata. Si preannunciava piena di ricordi, tristi, che invece sono stati spazzati dal vento. La giornata è stata identica a quella di Natale: pranzo abbuffo seguito da un pomeriggio turbolento, però questa volta sono riuscita a essere anche produttiva a livello di studio.
A Pasquetta invece non stop di cibo con amici, durata praticamente da mezzogiorno alle 22.
Delle onestissime dieci ore in cui le gambe si sono alternate tra due posizioni: sotto il tavolo e sopra il divano.
Ognuno ha portato qualcosa e in più c'era la spesa comune. Beh. A merenda (ore 16.30) abbiamo mangiato i cannelloni e le polpette (io no).
Il dolce è consistito in un tris di gelato home made (dalla gelatiera) di pistacchio, amaretto e stracciatella. Squisiti.
Verso le sei, credo, c'è stata la resa generale. Visione del video della gita delle superiori, otto anni fa.
E, dopo otto anni, fa uno strano effetto sentirsi circondata dalle stesse persone che si specchiano nello schermo, un po' cresciute, un po' cambiate, ma sempre loro.
Pausa Trivial. Io non volevo più sentir parlare di cibo, poi però si è deciso di aprire l'uovo di pasticceria.
E un posto allora lo si trova. Come sciacalli sui cadaveri, ci siamo gettati su quella fantasticheria di cioccolato, bianco, fondente, e al mou. Abbiamo sventrato e divorato un paperotto bianco marmorizzato al fondente. Godurioso.
La settimana lavorativa è andata via ancora più veloce del solito, inframezzata da un inserimento di un piano di studi mercoledì pomeriggio.
Ieri sono andata nel posto raffigurato nel mio template, il Mart, a vedere una delle mostre più belle che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi. Sia perché l'argomento (la parola nel corso dell'arte) mi appassiona tantissimo, avendolo trattato anche nella tesi, sia perché era obiettivamente organizzata bene. Ci sono due pecche però. L'eccessiva lunghezza e la dispersività finale, la forzatura delle ultime sale, dove compaiono nomi grossi come Warhol e Basquiat e che sinceramente ho trovato troppo poco affini allo spirito di tutta l'esposizione (pur impazzendoci eh).
Io, C. e una sua amica, prese dalla foga, siamo rimaste senza soste intermedie dalle 11 alle 15 in giro per le stanze, all'inizio trotterellando felici, poi contenendoci e infine trascinandoci per le ultime sale, che sembravano inghiottirsi le une nelle altre e non finire mai.
Poi, mi pare giusto, abbiamo deciso di comune accordo di mangiare velocemente un panino e tornare a un'altra mostra che ci interessava.
Ore 15.15: fine pausa pranzo. Siamo rientrate a vedere Agnetti in tempo record, mezz'ora. Poi di corsa in stazione. Ovviamente ieri sera sono rimasta spiattellata a casa.
Anche perché sta mattina ho preso il treno delle 7.15 (e contate il cambio ora) e, sempre con C., ho fatto la ricognizione di fotografia. Delirante. La velocità è nettamente aumentata e anche la qualità delle foto. Però la gente non ti lascia mai stare.
Poi attiro i barboni, non so che c'è.
Sta mattina attacca a parlare uno con accento inglese, abbastanza anziano. Un paroliere che non conosce sosta.
Tra pochi giorni tornerà a essere famoso perché uscirà il nuovo cd di Mina prodotto da lui, che ha lanciato Modugno in America e, pensate un po', ha anche lavorato con Bruce Springsteen.
Poi canta (nemmeno male). Poi mi chiede se devo andare in guerra (e anch'io ci avevo pensato sta mattina prima di uscire, quando mi son guardata in stato confusionale allo specchio: pantaloni verde oliva piuttosto larghi e giacca di pelle non aiutano dite?).
E...
E poi ce ne siamo andate noi. Credo su un sottofondo di insulti.
Alle 11.30, dopo aver subìto l'ennesimo tentativo di furto da parte dell'ennesimo bambinetto che ti apre la cerniera della tasca inferiore dello zaino mentre corri all'impazzata per raggiungere un passante e ti precipiti giù per le scale della fermata di Porta Venezia e senti che qualcosa non va, ma forse è solo un'impressione, ma quando ti giri lo vedi. Lo vedi è ha già in mano un foglio, un tuo foglio con l'elenco delle foto da scattare, che subito gli sfili dalle mani e lui interdetto sta lì. Va bene che nello zaino non c'infilo mai niente di utile o di rubabile, però ha in mano un tuo foglio, insignificante, ma tuo.
E allora sì. Allora t'incazzi e urli. E solo allora scappa. Prima no. Oggi come ogni volta.
E te ne sali sul treno incazzato come se fosse lunedì mattina in autostrada.
Per fortuna che nello zaino c'è l'ultimo Harry Potter.
E mi ci tuffo.
Ora che non ho più altri Harry da leggere (e questo l'ho fatto fuori tra venerdì pomeriggio e i viaggi in treno di ieri e oggi. Ero anch'io parte della storia, credo) probabilmente so già che fare.
Forse aspetterò, un po', giusto il tempo per dimenticare, confondere le idee.
Per poi ricominciare. Da capo.
Buona serata, vado a vedermi Intrigo internazionale di Hitchcock.
Perché certo, il mio è un pianeta di arte e cazzate.
Che notizie lasciarvi? Un clima prepasquale emotivamente insensibile e un clima atmosferico freddamente invernale (anche se l'inverno se n'è andato).
Una tre giorni di pausa in cui ancora non so bene che cosa farò, a parte cercare di scrivere una relazione di cinema facendo il possibile per non divagare verso direzioni che dico io, e non i prof.
Sono a pagina sei e ancora non mi sembra di essere arrivata al nocciolo della questione, quindi tentenno, soprattutto contando che le pagine devono essere una ventina. Rischio di fare un fuoritema da fuoriclasse.
Che simpatica.
Lunedì a Bergamo alta in uno studio di restauro. Martedì lavoro e legislazione. Mercoledì lavoro e lavoro. Giovedì e oggi, uguali identici, lavoro e studio.
Per la cronaca, la mia camera è già tornata, da una settimana buona, il monnezzaio di sempre. I libri, gli appunti, le fotocopie e i fogli volanti stanno sovraffollando il mio spazio vitale ma sopravvivo.
Ieri ho finito di vedere Dogville, diviso mio malgrado in tre puntate per mancanza di tempo.
Splendido quanto doloroso, ancora una volta ho fatto un viaggio all'Inferno.
Soprattutto contando che l'inizio, scenograficamente molto teatrale e favolistico, inganna molto. Il contrappasso e il male arrivano dopo, a palate. Sulla schiena.
Di sera ho visto La dolce vita, di un'amarezza incredibile.
Com'è vero che gli stati d'animo partoriscono gli scritti più sentiti, allo stesso modo la sregolatezza, o meglio, l'irregolarità, produce le opere d'arte a me più affini. E in ultimo i sentimenti più malinconici e disillusi si proiettano nei film che amo di più.
Credo che nella tristezza, in quella melancolia, in quello spleen baudelaireiani, siano racchiusi tutti gli altri sentimenti, lì in sordina. E grazie alla tristezza, emergono sempre in trionfi poetici di alto livello.
Premesso. Tutto è scaturito dall'innocente ascolto di Flowers and silence degli Sneaker Pimps, una delle più delicate e toccanti canzoni che abbiano realizzato sfruttando appieno la voce suadente di Chris Corner.
Che non è Chris Cornell. Prima di scadere un po' con Becoming X. E prima di sparire del tutto dopo l'uscita da solista di Corner. Troppo eighties, nonostante fossimo nel 2004.
È (in)dubbiamente vero. Il dubbio quanto fa parte della nostra vita?
Non amo essere in dubbio. Riguardo a qualsiasi opinione, decisione, e tantomeno non amo avere dubbi sulle persone, in particolare quelle che mi stanno attorno. Nel momento in cui il dubbio s'insinua, qualcosa inizia a incrinarsi prima, a sfaldarsi e rompersi poi.
La mia vita è fatta a scacchiera. Purtroppo vedo solo bianco o nero (vesto prevalentemente in bianco e nero).
Il grigio mi opprime, da sempre ("Every cloud is grey with dreams of yesterday" - Placebo).
Il dubbio indica incertezze, e io non voglio incertezze, non ne ho bisogno. Ho già abbastanza da fare con un carattere alterno e sbilanciato verso l'ottimismo più alto o il pessimismo più nero. Sto tra Voltaire e Leopardi.
D'altra parte non reggo molto, e con il tempo lo sopporto sempre meno, l'atteggiamento dubbioso. Espanso a qualsiasi campo. Il dubbio (che poi è indecisione) su cosa fare la sera, il dubbio di voler intraprendere quella strada (che poi si chiama paura) e non un'altra.
Pur scacciandolo il più possibile, però, "rimaniamo sempre, troppo spesso, in dubbio". Non è mai tutto chiaro. Il mondo non è fatto di soli buoni e cattivi e le scelte non sono mai del tutto giuste o del tutto sbagliate.
Per quanto io tenda a esorcizzarlo il più possibile, il dubbio fa comunque parte della mia vita.
Fa indubbiamente parte della vita. Di tutti.
Sono reduce da una telefonata di un'ora e mezzo con M., la mia amica di Torino che riesco a sentire poco ultimamente. Un'ora e mezza di chiacchiere su qualsiasi argomento e persona.
Tutti gli arretrati si sono cancellati.
Tante parole per scoprire che, a distanza, stiamo vivendo uno stesso periodo. In un luogo che solo geograficamente è diverso, ma emotivamente affine.
Un periodo in cui amo ripercorrermi. Amo rileggermi.
E tirare le tre di notte, con una pesantezza oculare da (non) fare invidia, leggendo ininterrottamente il vecchio quaderno di miei scritti. Un quaderno che racchiude la Nothomb dal 2001 all'inizio del 2006.
La me universitaria e concertomane.
È incredibile come certi stati, certe foto e certe vicissitudini vengano rimossi per fare spazio ad altri, magari più futili. Ed è disarmante notare la mia evoluzione.
Che, riflessa al di fuori di quello che sono, sembra più l'evoluzione di un'estranea. Io ero così e non me lo ricordo.
Ero più innocente, più ragazzina, più frivola e tragicomica. Ma non me lo ricordo.
Sono sempre uguale, eppure cambio.
Per concludere inserisco un video animato fatto da un'amica. Siccome mi è piaciuto molto, e siccome sono convinta che le passioni vadano coltivate, sempre, lo voglio condividere con chiunque passerà di qui.
Così dice Regina Spektor in una delle sue canzoni che preferisco. Così mi suggerisce Regina Spektor urlando dalle casse di camera mia. Beh, s'impone così, non posso mica negarglielo.
Settimana di lavoro intenso, quella appena cancellata dal calendario. Oltre a quello solito mattutino e alle lezioni, mi sono arrivate anche delle bozze da correggere in due pomeriggi. Sono ripartite ieri (mi mancano già) con il corriere.
Che suona sempre due volte.
Siccome è passato un'ora prima della mia prenotazione, e naturalmente ero nel delirio più totale e non si palesava nemmeno la più lontana ombra di un pacco pronto, mi sono sentita mancare.
Dopo non so quanti anni, mi ha assalito di nuovo la sensazione puntuale di quando, scaduto il tempo per il compito in classe, non avevo ancora finito.
Dico solo: il panico. Battito cardiaco accelerato, tremito alle mani sempre più forte, caldo intenso (e io ho sempre freddo).
Ieri è stato uguale. Sono uscita in uno stato confusionale evidente e devo essere riuscita a sbiascicare qualcosa del tipo "Per favore può passare dopo, io avevo chiesto il ritiro per le 16".
Risponde un: "Vedo se riesco a fare in tempo".
Sì. Si è incazzato, ma ha avuto il buon cuore di ripassare dopo.
E sta volta non mi